Per essere, esprimervi, cambiare, dire, baciare, crearvi uno spazio che sia casa, cuccia, rifugio, che sia ora e qui. Trovate una strada e mentre la percorrete fermatevi a mangiare, riposarvi, defecare, sentire da dove proviene il vento e dove va. Poi proseguite fno in fondo o se sentite che dovete,al primo incrocio svoltate.
Non è sbagliato cambiare idea, non è un errore. Lo diventa la coerenza a volte quando prende la consistenza del cemento.
Perdetevi.
Perdete la bussola ogni tanto. Perdetevi nello sguardo estraneo di qualcuno immerso fino al collo nella propria vita. Osservatelo. Come se fosse un quadro. Un'opera d'arte, unica, irripetibile.
Trovate un punto di connessione, una vicinanza. Lo stesso modo di ridere, piegando la testa da un lato, o portando la mano sulla bocca, per timidezza.
L'unica guerra per cui vale la pena combattere è quella intrapresa per vincere sè stessi.
Smantellare i fantocci delle personalità presunte o supposte. Diventare quello che siamo. Polverizzare quella finta leggerezza che puzza di bruciato per quell'insostenibile leggerezza dell'essere ciò che siamo in realtà.
Battetevi.
Per arrivare al nocciolo della questione senza perdervi il sapore della pesca.
Per scoprire ogni angolo, ogni spigolo, ogni aspetto nudo e crudo.
Non rinunciate all'altra faccia della luna, quella nascosta.
Esercitate l'arte della pazienza.
Siete appena all'inizio. E' faticoso rinunciare a tutti gli alibi, uno per uno.
In fondo circondati da un'immane contraffazione la verità sembra un concetto alieno.
Eppure, sotto alla giacca amena ci sei tu.
Avvolto in quel foulard etnico che ti nasconde e protegge.
Dentro a quell'abito bustier che ti spezza il respiro ma rivela la curva delle tue spalle arrese.
Cominci dopo il cappellino di due taglie più piccolo modellato come una bombetta, ma
sei sempre tu. Tu e chi vorresti essere, a volte. Sovrappensiero o consapevole dell'effetto che fai.
Battetevi.
Restando zitti quando troppa gente urla.
Gridando quando il silenzio diventa un obbligo insostenibile.
Battetevi.
Utilizzate tutti i sensi. Cinque e tutti gli altri non ufficiali.
Fiutate la direzione. Assaggiate bene prima di ingozzarvi .
Digiunate. Scegliete il caos se l'ordine è una restrizione che vi toglie il respiro.
Battetevi .
Praticando una rude gentilezza.
Che fa e dice senza pretendere un premio alla carriera.
Alzate la voce ogni tanto.
Ma fatelo per voi stessi. Quando vi dimenticherete chi siete.
E poi amate.
Battetevi perchè nessuno vi dica chi e perchè.
C'è sempre tanta dolcezza negli occhi di chi ha vissuto più di voi.
C'è qualcosa che è un misto di dolore e gioia di un'intensità indescrivibile.
Battetevi.
Perchè è solo questione di tempo.
Ma il tempo non esiste.
Io sono già quel che sarò. Solo che adesso lo so un po' di meno di quando ne sarò certa.
Completamente.
Battetevi.
Perchè siete un pezzo unico. Più dell'abito che indossate. Nessuno potrà essere voi.
Qualcuno vorrà imitarvi mentre voi state prendendo in prestito qualche movenza o gusto da altri ancora.
Ma è solo una semplice questione di gusto.
Sono tentativi. E' solo un gioco.
Scherza pure con il fuoco, per tutto il tempo che vuoi. Ma non lamentarti se poi ti bruci un po'.
Osserva i tuoi comportamenti e cerca di capire perchè cerchi di conformarti in ogni momento, anche quando non te ne accorgi, ai desideri degli altri.
Chiediti come sei, cosa desideri davvero senza condizionamenti esterni.
Quello che tu chiami fragilità, nascondimento, disagio, forse è più giusto chiamarla sensibilità.
Preziosa, perchè dà un colore smagliante alla vita e quando hai cura di questa dimensione vuol dire che finalmente ti metti in gioco fino in fondo.
Battetevi .
Perchè vivere significhi davvero farlo e non tornare ad essere servi della gleba.
Battetevi per qualsiasi idea che abbia un peso importante per voi e per gli altri.
Fate come il gatto, dite : " Amami come sono o non amarmi affatto !"
E' passato quasi un anno dall'inizio
dell'avventura in quel di Hollywood per Roberto De Feo e Vito Palumbo . ( n.d.r.
http://samvintagechoice.blogspot.it/2012/08/ice-scream.html ) Le riprese di Ice Scream Remake sono iniziate lo scorso ottobre a
Los Angeles, e adesso il film è in post produzione. Un breve riepilogo: ICE SCREAM
nasce come cortometraggio nel 2009, diretto dal duo formato dai registi
pugliesi: Roberto De Feo e Vito
Palumbo. Costato circa 30.000 euro. Sudati con fatica e ottenuti solo dalla
passione tenace e forsennata di chi crede nel proprio lavoro ed è pronto
a scommetterci la vita. Non parliamo di fortuna, per favore, a questo
punto della storia.
La fortuna non basta. Forse possiamo citarla
solo a proposito dell'oculata scelta da parte dei nostri eroi delle due
extremely professional agenti americane Alexia e Alexandra, dato che il
corto oltre ad aver sbancato al tavolo ambizioso dei premi
internazionali ( 1,2,3...e si arriva velocemente ai 15 conquistati) ha
finito per attirare l'attenzione del
produttore di American PsychoChristian Halsey Solomon,
che assieme ai co-produttori Marco Colombo, Ryan Westheimer e alla
Little Studio Films di Beverly Hills che già si era occupata di distribuire il cortometraggio, propone a Vito e Roberto la realizzazione del remake nella sua massima espressione: il lungometraggio.E' la prima volta che un corto di origine controllata ( e ostacolata... come di solito succede dalle nostre parte a tutti i film indipendenti) italiano ispira la realizzazione di un film da parte di una produzione americana.
Già si fa fatica a credere che sia successo veramente. E poi arrivano i nomi della troupe tecnica, dove spicca come direttore della fotografia il nome del grandissimo Checco Varese che uscito fresco dalle riprese di Pacific Rim, kolossal fantascientifico diretto da Guillermo del Toro.
Alla fine viene svelato il cast, che si fa succoso con Spencer Treat Clark (Il Gladiatore, Mystic River, The Last Exorcism 2)
nel ruolo di Mickey (personaggio che nella versione italiana fu
interpretato dal grande Damiano Russo, scomparso in un incidente
stradale nell'ottobre del 2011), Laura Harring (Mulholland Drive) nel ruolo della barista Wendy, ancora Wade Williams (Prison Break) nel ruolo del detective Tucci, Brendon Miller (In Time, Project X) nel ruolo di Brando, Zach Cumer nel ruolo di Alex e Noell Coet in quello di Alice. Nomi scelti con attenzione dopo casting interminabili e un felice connubio d'intenti fra la produzione e i nostri registi.
Vito e Roberto, protagonisti e voci narranti dell'avventura oltre oceano. Ci hanno dato tantissimo coinvolgendoci. Così iniziava il loro blog, appena arrivati a Los Angeles nel mese di giugno del 2012....
"Per chi voglia venire con noi negli States e
condividere questa incredibile avventura, un modo c'è... si inaugura
oggi il nostro 'diario di bordo' sulla famosa rivista nazionale BEST
MOVIE... seguiteci per esserci, per apprendere in real time, step by
step, tutto sul nostro entusiasmante... american dream... . " la cronostoria sul blog proietta tutti quelli che li seguono al cuore del suo processo creativo. Ma si sa come finisce. Noi avremmo voluto anche di più, se possibile. Testi, note di sceneggiatura ( anche quelle tagliate), fotografie di scena come se piovesse, schizzi, costumi, spezzoni di film non montati. Che ingordi. Ma si sa, il cinema è un'arte pulsionale. Ci restituisce la dimensione dell'infanzia . Nei confronti del grande schermo con gli attori e il mondo che si fa gigantesco e pieno di suggestione noi abbiamo la statura dei bambini. E dei bambini conserviamo l'incanto, quando ci conquista.
Ecco , ci siamo. Il ritmo cresce, incalza, senza ripetizioni, melodie noiose o pause da sbadiglio . L'obiettivo era chiaro, l'occasione irripetibile, la strada per raggiungerlo, bene in mente.
E Vito e Roberto la percorrono, regalandoci la magnifica esperienza di poterli accompagnare, condividendo le loro emozioni in divenire, lo stress, l'ansia, la fatica, l'entusiasmo, la sorpresa.
Poi mi viene in mente qualcos'altro. La povertà di mezzi del cinema italiano dovrebbe poter garantire che un film sia davvero il risultato di un impegno d'amore e di un'urgenza espressiva altrove sepolti. Al contempo la passività incarnita delle istituzioni svuota di forze anche i più tenaci, costringendoli a portare all'estero il proprio talento. Come questa volta. E poi c'è la recessione. E l'annosa questione di non riuscire a vedere nell'arte e nello sviluppo della cultura un'occasione di crescita per il paese.
In una stagnante atmosfera di penuria generale che ricorda il dopoguerra italiano ed il neorealismo ( senza che siano diffuse occasioni , una buona attenzione e la stessa ispirazione ) i filmakers di produzioni indipendenti sono costretti a ripiegare su pellicole low budget e devono affrontare infinite difficoltà produttive.
Kubrick diceva che "il vero test per un'opera d'arte non è in primo luogo la buona qualità ma l'affetto che le portiamo." Potremmo disquisire ore sulla qualità supposta del film, una volta che lo avremo visto. Ma nessuno intaccherà il senso di affetto con il quale abbiamo seguito la genesi e la relizzazione di questo progetto.
Il 9 maggio in anteprima mondiale è uscito on line il primo teaser trailer ufficiale di Ice Scream . Lo potete trovare sulla pagina ufficiale del film Ice Scream https://www.facebook.com/icescream.movie?fref=ts, insieme a numerose anteprime e anticipazioni sul film .
Che dire ancora... Roberto, Vito, Grazie per tutto questo.
Un omaggio alla Carta e alla sue figlie : le Parole.
Un tributo al colore autentico della fibra naturale, della lana, del cotone appena raccolto.
Prima che una tinta lo incontri, lo impregni della sua anima dinamica e lo costringa a correre.
La Carta è un sottoabito dei primi del novecento in cotone naturale, qualche cardigan di lana scozzese e un tubino di seta anni '60. Poi sarà proclamata un'occupazione. A cui le parole prenderanno parte. Parole che ho rubato, preso in ostaggio da riviste, giornali, parole scritte da altri per altri ancora. Per dar luogo ad un Collage estemporaneo, dove il senso e la logica sono stati ospiti graditi, ma giunti per pura casualità. Ma parlare di caso non è opportuno. Io non ci credo al caso.
Parole che dopo che hai letto diventano tue. E puoi dimenticare o ricordarti.
Carta come Diario, Quaderno, Taccuino, Libro, Calendario, Cartolina, Poster.
Carta delle Locandina del cinema, del biglietto della Mostra, della prima teatrale, di un Concerto.
Carta da parati, da disegno, carta gialla per il fritto, carta igienica.
Fazzoletto. Francobollo. Denaro. Biglietto della lotteria. Buono per fare la spesa.
L'abito di Pinocchio.
Sulla Carta le Parole si inseguono. Dichiarazioni, filastrocche, pensieri liberi o stereotipati.
Confidenze segrete. La Memoria del passato. Oracoli sul futuro.
Una lettera. Il messaggio dentro alla bottiglia affidato alle onde del mare.
Questo bisogno di essere. Altrove. Al di fuori di sè stessi.
Attraverso una relazione, un'amicizia, un giardino da aspettare in
primavera. Qualcuno che un giorno ti rileggerà nelle parole scritte
dietro una foto. Che poi alla fine restano dentro l'immagine .
Carta come dizionario. Un'universo di fonemi, parole, significati. Sfumature.
Così tante e così poche le parole. Così fragili. In balia di un contesto che cambia sempre di continuo.
Piccole barche con vele spiegate che prendono la direzione del vento delle nostre intenzioni più intime.
Un vento che cambia. Tanto dolce e tiepido quanto furioso, folle.
Carta da regalo, carta da pacchi, carta carbone che imita, che copia, che replica.
I
cartoni di un trasloco, i cartoni che divantano la casa di qualcuno, ai
margini di un vicolo, di una città uguale a tante altre.
La carta delle coccarde, dei festoni della prima festa di compleanno. Coriandoli.
Carta pesta, carta di giornale, carta riciclata, carta liscia o ruvida del blocco di un disegnatore.
Un origami.
Carta straccia o carta di giornale, spesso purtroppo non c'è più differenza fra le due.
Romanzo popolare, di formazione, noir, narrativa, saggistica, poesia.
Libri
di poesia che vengono conservati o dimenticati per poi essere cercati
nuovamente e ritrovati nelle bancarelle dei mercati dell'usato.
Carte da gioco, la promessa mancata di un futuro diverso.
Il
solitario. Ingannare il tempo sfidando sè stessi. La Sorte. Cercando uno
spiraglio qualsiasi. L'ebbrezza di poter conquistare un vantaggio. Sul
tempo, sul dove e sul quando.
Che cos'è la Carta ?
Perchè resiste così tanto nell'uso
quotidiano mentre la tecnologia e il progresso ci propone sempre nuovi
strumenti di comunicazione ?
Leggo e trascrivo...
"... La carta è un prodotto conosciuto da
millenni: sembra infatti che in Egitto, intorno al 3000-3500 a.C.,
esistesse già il papiro, considerato come la pietra miliare per
l'evoluzione storica dei supporti per la scrittura.
Esso era molto simile alla nostra carta e veniva fabbricato utilizzando
una pianta acquatica, il cyperus papyrus, allora molto diffusa lungo il
Nilo, in Palestina ed in Sicilia. La parte superiore dello stelo di
questa pianta veniva tagliata in strisce longitudinali di basso
spessore, larghe pochi centimetri e lunghe oltre un metro. Tali strisce
venivano poi disposte, l'una accanto all'altra, sopra un piano
orizzontale, in modo da formare uno strato continuo e il più possibile
omogeneo.
Su questo primo strato se ne collocava un altro, con l'accortezza di
disporre le strisce in modo trasversale rispetto alle prime. Il
reticolo, così formato, veniva poi bagnato con acqua e pressato affinché
le sostanze collanti contenute nelle fibre della pianta facessero
aderire i due strati sovrapposti; successivamente veniva fatto asciugare
all'aria.
ncollando i margini di più fogli di papiro, tagliati tutti nelle stesse dimensioni e posti consecutivamente, si otteneva una striscia continua, che nell'uso veniva arrotolata costituendo il «volumen» o rotolo, l'antesignano del nostro libro.
Un altro ottimo materiale su cui scrivere, molto apprezzato per la sua
resistenza al tempo, fu la pergamena. Tale materiale, ottenuto da una
accurata lavorazione delle pelli di animali di piccola e media mole,
costituì il prodotto più largamente usato in tutto il mondo civile fino
alla comparsa della carta vera e propria.
Le origini della fabbricazione della carta passano per la Cina. La
leggenda e le ipotesi la fanno risalire alla fabbricazione dei feltri,
in cui i mongoli erano maestri. Un ministro cinese, Ts'ai Lun, intorno
al 105 d.C. (data ovviamente approssimativa) sostituì, nella
fabbricazione dei feltri, le fibre animali con quelle vegetali, dando
così luogo a quel prodotto che oggi chiamiamo carta.
Per la verità la leggenda di Ts'ai Lun è un po' più colorita, e, data la
sua brevità, vale la pena di raccontarla. Ts'ai Lun si recava ogni
giorno presso uno stagno adibito a lavatoio: lì, meditava ed osservava
le donne lavare i panni.
Un giorno si accorse che le fibrille, precedentemente staccatesi dai
panni logori, a causa dello strofinio e della sbattitura esercitati
dalle lavandaie, si accumulavano e si riunivano a mo' di tessuto. Ts'ai
Lun raccolse con delicatezza il sottile velo di fibrille feltratesi in
un'ansa dello stagno stesso e lo pose ad essiccare. Nacque così un
foglio di una certa consistenza, di colore biancastro ed idoneo per
sopportare la scrittura.
Il primo materiale adottato da Ts'ai Lun, una volta messo a punto il
procedimento di fabbricazione, fu la corteccia del gelso da carta
(Brussonetia papyrifera).
La parte fibrosa della corteccia veniva messa a macerare in acqua,
risciacquata e successivamente battuta in mortai di pietra fino ad
ottenere una pasta uniforme di fibre cellulosiche. Questa massa di fibre
opportunamente diluita con acqua veniva versata sopra la così detta
«forma», costituita da una specie di graticcio ottenuto per accostamento
di sottilissimi bastoncini di bambù. L'acqua passava attraverso le
fenditure del graticcio e le fibre, feltratesi tra loro, restavano in
superficie formando un foglio di opportuno spessore che, staccato e
levato a mano dalla forma, veniva messo ad essiccare all'aria.
I cinesi, oltre ad essere stati i primi produttori di carta, sono stati anche suoi grandi utilizzatori.
L'impiego della carta come supporto per la scrittura è sicuramente da
ricollegare con il tasso di diffusione della cultura; questa nei periodi
più antichi, era senza dubbio privilegio di pochi e quindi la domanda
di carta per scrivere è stata inizialmente piuttosto ridotta. La carta
infatti ancor prima di essere usata come supporto per la scrittura, è
stata impiegata, in Cina, come oggetto di vestiario. Le prime citazioni
relative a questo uso risalgono al primo secolo a.C. e sempre più
frequenti poi divengono negli anni successivi.
Nel periodo 400-900 d.C. i preti taoisti indossavano cappelli di carta come pure gli scolari ed i poeti.
Al sesto secolo risalirebbe l'uso della carta igienica; già allora si
usava, come materia prima, un prodotto particolare, fatto con fibre di
paglia di riso, più facile da preparare, meno costosa e più morbida. La
carta veniva anche usata per costruire aquiloni, lanterne e ventagli;
questi ultimi erano prodotti in carta fin dal 300 quando gli imperatori
della dinastia Chin vietarono, per questioni economiche, l'uso della
seta per la loro preparazione.
L'uso della carta moneta risale probabilmente al nono secolo; si ritiene
infatti che in quel periodo, essendo aumentate le transazioni, si sia
resa necessaria una moneta più leggera in sostituzione della moneta
metallica troppo pesante e poco trasportabile."
E voi ? E tu...che cosa cerchi nella carta ?
Ti capita mai la voglia di annusare un libro ? Per sentire dov'è che sono andati a stare dei pensieri che sono nati dalla smania di qualcuno?
Carta come Mappa del Tesoro. Io sono qui.
Ma sono anche ovunque andrò. Da dove sono venuta. Passato, presente e futuro che coincidono.
Che si conoscono. E si perdono uno nell'altro.
Ma poi tornare al Presente. Perchè è lì che puoi creare.
Words, un vecchio pezzo dei Bee Gees recita......
" Parla con parole senza fine
e dedicale solo a me
e ti darò tutta la mia vita
sono qui se vuoi chiamarmi
tu pensi ch’io non intenda veramente
ogni singola parola che dico
sono solo parole
e le parole sono tutto ciò che ho
per portare via il tuo cuore”.
Ogni parola ha un suo peso specifico. Non esiste nel loro regno il giudizio. Nel momento in cui cadono dalla mente che le ha scelte per titolare certi stati e certi movimenti sono pure. Cadono leggere come piume e nella caduta ignorano di poter avere un destino da sasso, altre da pietra, da lava incandescente, altre ancora saranno profumo di certe rose antiche.
Sulla carta certe parole, si fisseranno come prova, ricordo, testimonianza di un passaggio.
Avranno il sapore di una libertà agognata, cercata, avuta dentro, sempre come aspirazione massima.
Quindi vissuta davvero.
Mario Monicelli nel 2010 così concludeva la sua intervista .... ( riguardo alla situazione italiana degli ultimi anni ) -Domanda: non sento speranza nelle sue parole Monicelli: la speranza di cui parlate è una
trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una
trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti
dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro
riscatto, la vostra ricompensanell’aldilà. Intanto, perciò,
adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni,
tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi
riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa
e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola,
una cosa infame inventata da chi comanda.
Domanda: e come finisce questo film Maestro?
Monicelli: come finisce non lo so. Io spero
che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato:
una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è
stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è
stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole
qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato
sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole
riscattarsi…il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche
dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stano andando da tre
generazioni.
È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola,
possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di
crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel
nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere
dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio
possa recuperare il segreto che si è sottratto ad ogni indagine. Ma
è l'ottimismo che se ne va sempre per ultimo, e che dunque serve,
sovente, di più lungo aiuto.(E. Vittorini, Diario in pubblico)
Le parole, il linguaggio, lo stile sono figlie del tema di cui si
tratta e se lo scrittore si è comportato bene, è stato sincero,
onesto, allegro, torvo, ha amato, ha odiato, se insomma è stato un
uomo, esse verranno, arriveranno. La letteratura è inoltre ordine e
giustizia.
(M. Tobino)
Non
scrivo mai alla svelta, cioè di getto. Sono uno scrittore lento, uno
scrittore cauto. Sono anche uno scrittore incontentabile. Non assomiglio
davvero a quelli che si compiacciono sempre del loro prodotto, manco
urinassero ambrosia. In più ho molte manie. Tengo alla metrica, al
ritmo della frase, alla cadenza della pagina, al suono delle parole. E
guai alle assonanze, alle rime, alle ripetizioni non volute. La forma mi
preme quanto la sostanza.
(O. Fallaci, La rabbia e l'orgoglio)
Scrivere è una malattia, come la perla. (R. Musil)
Voglio che la scrittura mostri come sono complicate le cose e
sorprendenti. Voglio emozionare i lettori, ma senza trucchi. Voglio
che pensino sì, quella è vita. Perché è la reazione che ho io di
fronte alla scrittura che ammiro di più. Una sorta di meraviglioso
sbalordimento.
[...] Non riuscivo a introdurre dei personaggi in una stanza senza
descrivere tutti i mobili. Lei mi dice che Hemingway insegnava a non
descrivere mai i personaggi. So tutto di quella regola. Ma tiro
dritto. (A. Munro)
Scrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e
furia, come ho sempre vissuto. (L.F. Celine)
Questo è un diario e dunque abbandonati, svela qualsiasi
nascondiglio della tua anima. Di che hai paura? Non temesti la
morte, sfidasti qualcuno. Quel che ti è rimasto, in te ancora
sepolto, aprilo alla luce, stendilo nella scrittura. Questo è
essere uomo. (M. Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano)
Nel settembre 1951, Sylvia Plath scrisse nel suo diario:
“Scrivere è
necessario per la sopravvivenza del mio arrogante equilibrio mentale,
come lo è il pane per il mio corpo”.
Il silenzio. Mai inteso come vuoto, perchè invece si tratta di pieno.
Qualcosa che non è mancante di niente.
Mentre scrivo...il silenzio è un Giardino che profuma di tutto quello che esiste.